/ Retail / Marketing esperienziale

Che cos’è che ci spinge a fare acquisti “d’impulso”? Perché entriamo in un centro commerciale con l’idea di comprare finalmente le pile di ricambio per il telecomando e magari quella nuova chiavetta usb che ci serve da mesi, per poi tornare a casa con due nuovi titoli per l’Xbox, delle casse portatili per lo smartphone e un drone? Ok, forse questo esempio è un po’ estremo, ma tutti conosciamo questo genere di esperienza. Ci si ripromette di comprare solo l’essenziale e invece si acquista il superfluo. Naturalmente, dal punto di vista dei retailer, questo è un fenomeno non solo desiderabile, ma anche accuratamente programmato, che si pianifica in ogni aspetto della gestione del punto vendita. Mettiamoci quindi dall’altra parte e adottiamo la prospettiva di chi voglia massimizzare questo tipo di acquisti e fare in modo che una percentuale crescente dei clienti lasci il negozio solo dopo aver acquistato più articoli. Da dove cominciare? Abbiamo qualche consiglio pratico e organizzativo da condividere con voi.

I centri commerciali fanno ormai parte del passato” questo ha detto qualche tempo fa Jeff Bezos, CEO di Amazon e uomo più ricco del mondo, in un’intervista a Wired. E c’è da credere che i proprietari delle grandi catene di retail abbiano iniziato a sudare freddo. Quando uno che aveva previsto l’Internet Of Things nel 1999 e l’ascesa dell’e-commerce nel 1995 predice la tua fine, non deve essere una bella giornata. Soprattutto quando i dati sembrano dargli ragione: le stime attuali, negli Stati Uniti, sembrano puntare verso una chiusura di quasi un quarto dei centri commerciali del paese. Nonostante questo, la fine del retail non è una profezia universalmente accettata: c’è anche chi si impegna per creare scenari diversi. Ecco come (e soprattutto perché).

Oggi parliamo di centri commerciali. Per molti sono un punto di riferimento indispensabile, che permette a chi lavora a tempo pieno di fare acquisti con calma durante il fine settimana. Per altri sono luoghi da evitare, che massificano l’esperienza d’acquisto e snaturano il rapporto fra comunità locali e piccolo commercio. Ci sono quartieri nei quali i centri commerciali sono l’unico luogo di aggregazione e l’unico polo di vendita di certi beni, mentre in altri casi il centro commerciale diventerà una fonte di attrazione per un’intera area metropolitana, con visitatori che coprono distanze relativamente lunghe per raggiungerli. Indipendentemente dalle singole circostanze e dal giudizio che se ne da, una cosa è certa: i centri commerciali sono i luoghi in cui vengono sperimentate tutte le tecniche di retail marketing che vengono adottate su scala mondiale. E, man mano che le abitudini e la consapevolezza dei consumatori si evolvono, anche i centri commerciali devono cambiare, per preservare il proprio successo.

Il retail è un settore in continua evoluzione. E non solo perché le tecniche di gestione degli spazi e le tecnologie disponibili cambiano fisiologicamente, ma anche perché cambiano i prodotti che possono essere venduti. L’esempio più recente? La marijuana, che è stata legalizzata in diversi Stati americani, con conseguente esplosione del mercato correlato. Improvvisamente, negli USA, è tutto un “fiorire” di negozi che si occupano di marijuana per uso ricreativo, vendendo tanto il prodotto vero e proprio quanto i gadget e le attrezzature che vi girano intorno. Quando si è trattato di aprire questi punti vendita, i giovani imprenditori del settore hanno dovuto chiedersi come strutturarli e a quali riferimenti ispirarsi e il risultato è stato decisamente interessante, tanto da poterlo usare come “case history collettiva”. Se guardiamo al passato recente, i negozi di articoli per fumatori di marijuana non sono esattamente una novità. Il punto però è: che aspetto avevano quelli di un tempo e che aspetto hanno quelli appena aperti? La risposta racconta una storia assai esemplificativa di come l’esperienza del retail cambi in base a strategie precise.