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Da quando TikTok è passato da social quasi “sperimentale” popolato solo di giovanissimi a fenomeno di costume globale, i brand hanno tentato, spesso senza successo, di farsi strada su questa piattaforma. Di fare pubblicità su Tik Tok. Adesso, finalmente, il social

Il consumismo consapevole è una tendenza in continua crescita, che si è affermata nell’ultimo decennio, con l’acuirsi della coscienza ambientale e sociale del grande pubblico. C’è chi sostiene che, all’interno del nostro sistema di produzione, non sia comunque possibile esercitare

Il primo impatto del deepfake sulle nostre vite è stato abbastanza traumatico, ammettiamolo. Ma può essere il deepfake uno strumento di marketing? Uno dei primi video deepfake a diventare virali è stato quello di Barak Obama, nel quale la voce di

L’industria della moda è da sempre all’avanguardia nello sviluppo e nell’utilizzo creativo di nuovi strumenti di marketing – e l’avvento del digitale non ha fatto eccezione. Dopo tutto moda, stile e creatività vanno spesso di pari passo e non di rado creano sinergie efficacissime per attrarre l’attenzione del pubblico. Fino a una decina d’anni fa esisteva una distinzione abbastanza invalicabile fra i grandissimi brand, quelli che potevano investire milioni in promozione, e quelli che, non potendoselo permettere, rimanevano relegati in contesti meno redditizi. Negli ultimi anni, tuttavia, queste prospettive si sono fatte più fluide. Certo, c’è ancora una differenza abissale fra Dior e un piccolo brand di streetwear metropolitano, ma non è più impossibile che anche chi non ha un budget enorme possa arrivare a un pubblico vasto. La rivoluzione digitale ha cambiato questo stato di cose, ma soprattutto ha cambiato il volto del pubblico, che adesso pretende dai brand molto più che una collezione interessante e un servizio fotografico originale.

Il marketing del settore farmaceutico ha non pochi problemi con la creatività. Se da un lato è vero che si tratta di un ambito dai regolamenti ferrei in tema di informazione e comunicazione, dall’altro è anche innegabile che spesso i messaggi siano mal confezionati e, di conseguenza, poco efficaci. Spesso, per evitare di trasgredire alle giuste norme sull’informazione farmaceutica, i brand scelgono di andare sul sicuro, con il risultato che la maggior parte degli spot e delle pubblicità stampate di questo settore sembrano cloni prodotti in serie. Bisogna dunque rassegnarsi alla comunicazione noiosa e ai messaggi inefficaci? Non è detto. Esistono possibilità alternative, che sfruttano metodi di promozione non convenzionali.

A cosa serve il marketing esperienziale? La risposta è nella definizione stessa: a ridefinire l’esperienza che il cliente ha del prodotto e, di conseguenza, la sua attitudine verso il prodotto stesso e il brand. A una prima analisi potrebbe venire in mente di applicare questa filosofia solo a prodotti che, nella nostra immaginazione, costituiscono di per sé delle “esperienze”, come i viaggi, il cibo o i videogiochi. Questa visione, tuttavia, limita notevolmente le prospettive di applicazione del marketing esperienziale. Se ci fermiamo un attimo a considerare la nostra vita e il modo in cui è organizzata la società, ci accorgeremo che tutto è “esperienza”, anche ciò che ci sembra freddo o meccanico. Occorre solo mettersi d’accordo su cosa si intende per “esperienza di un brand”. Prendiamo a esempio il settore finanziario: come definiamo la nostra “esperienza” di un gruppo bancario o di un pacchetto di servizi? Solo in base al tempo che passiamo effettivamente negli uffici degli istituti in questione, o magari interagendo virtualmente con una piattaforma di home banking? Diverse campagne attuate nel settore ci dimostrano sono molti altri gli elementi che contribuiscono a definire la nostra “esperienza” di un prodotto finanziario.

Chiedete ai partecipanti a qualsiasi trade show che cosa si aspettano dal trade marketing, ovvero dal marketing diretto specificamente a loro, nel contesto del loro interesse professionale. La maggior parte vi risponderanno che, da un contesto B2B, si aspettano un messaggio che prenda in considerazione solo gli aspetti strettamente pratici, tecnici o economici dell’offerta, senza alcuna concessione a elementi umani o troppo creativi. Questo approccio non è necessariamente il migliore, e certamente non lo è per quelle aziende emergenti che abbiano bisogno di farsi largo fra concorrenti con più storia, più esperienza e più budget. Anche quando ci si muove in un contesto B2B, infatti, non bisogna mai dimenticare che si ha a che fare con gruppi di persone, di individui, che possono avere reazioni umane anche all’interno di un contesto prettamente professionale. Come si fa a dirigete il proprio trade marketing verso gli individui, invece che verso l’idea astratta di un brand o di un’azienda? Ecco qualche consiglio.

Come si promuove un prodotto collegato principalmente a emozioni negative? Perché le assicurazioni, diciamolo, non sono esattamente una categoria di servizi che si possa facilmente associare all’allegria e alla spensieratezza, soprattutto se si spera di vendere a un pubblico di millennial (o qualsiasi definizione si voglia dare dei giovani fra i 18 e i 35 anni). Devono essersi posti queste domande, un paio d’anni fa i responsabili di marketing della compagnia di assicurazioni americana New York Life, specializzata in assicurazioni sulla vita. Questo genere di prodotti assicurativi sono particolarmente complessi da promuovere, dal momento che non c’è modo di aggirare il fatto che siano legati all’aver considerato eventualità non proprio piacevoli. In una campagna del 2016, dal titolo “Be Good At Life”, l’azienda americana è riuscita nel non facile intento di riuscire a legare questo prodotto a idee di ottimismo e positività.

Volendo dare una definizione generica di guerrilla marketing, lo si potrebbe descrivere come una serie di attività promozionali che utilizzano tecniche insolite e a basso budget. A rendere particolarmente efficace questa tecnica, come si deduce dal nome, è l’effetto sorpresa. Guerrilla marketing vuol dire fare in modo che il brand emerga dove il cliente non si aspetta di trovarlo. Chiaramente questa tattica è efficace quando la sorpresa viene accolta positivamente dal cliente e non quando viene percepita come un tentativo di infilare un elemento di promozione commerciale nella sua quotidianità, in modo forzato. Come applicare tutto questo a un settore rigidamente regolato come quello assicurativo? Prima ancora: è utile pensare di adottare questo tipo di tattica nel settore delle assicurazioni? Noi pensiamo di sì. Ecco un esempio di guerrilla marketing efficace per il settore assicurativo.

Il turismo è una delle industrie portanti dell’economia italiana, in continuo sviluppo e costante evoluzione, man mano che si scoprono modi nuovi di vivere i luoghi di vacanza, le città, i borghi, i tesori naturali e quelli artistici. L’industria turistica ha contribuito in modo determinante a dare forma a quella che oggi si percepisce come l’identità nazionale italiana, attraendo capitali, generando introiti e benessere, e facendo fiorire una varietà di imprese in ogni regione e città. Negli ultimi anni, l’industria turistica italiana ha anche visto un incremento di ingressi dal continente europeo: il nostro paese ha infatti sostituito nei viaggi dei nostri “vicini” altre mete più esotiche, ma considerate meno sicure, soprattutto in Asia, Nord Africa e Medio Oriente. Questo è dunque il momento giusto per lanciare o espandere imprese in questo settore, a patto di avere una obiettivi chiari. Moltissime aziende del settore hanno scelto tecniche promozionali non tradizionali per far crescere il proprio business e il marketing esperienziale è fra le più popolari in assoluto. Dinamico, creativo, spesso meno costoso di altre tecniche, ma molto più efficace: questo tipo di marketing ha conquistato gli operatori del settore a tutti i livelli. Per garantire il successo di un brand all’interno di un’industria così vivace, naturalmente, è necessario costruire una reputazione solida e un’identità ben definita, ma anche una strategia di marketing ben articolata.

Quali sono i brand territoriali più forti? Verrebbe da pensare alle grandi metropoli occidentali e a qualche località nell’estremo oriente, ma la risposta è più complessa di così. I luoghi che possono dire di avere un brand davvero solido sono quelli che hanno lavorato per averlo, definendo non solo le caratteristiche da valorizzare, ma anche il pubblico al quale puntare e i “selling point” della propria proposta, per distinguersi dalla “concorrenza”. Le emozioni giocano un ruolo primario nella promozione territoriale e devono sempre essere considerate parte integrante della narrativa del brand. Quando si promuove un territorio, infatti, si promuovono valori, idee, sensazioni, storie e tradizioni, oltre che luoghi fisici. Come si costruisce una narrativa efficace per promuovere una città o una regione? L’esperienza ci insegna che i racconti più efficaci sono quelli che partono da una base autentica, non banalizzante, corale, appassionata e composta da più punti di vista. Il bello del marketing territoriale, infatti, è che non si deve ricorrere a nessun artificio per individuare le sfaccettature del “prodotto”: basta prendersi la briga di conoscerlo. Ogni luogo può essere raccontato da mille prospettive diverse e questo aiuta a differenziare l’offerta per fare appello a diversi profili-cliente, purché questi siano stati definiti con cura e attenzione in una fase preliminare.

Oggi parliamo di media: la scelta delle piattaforme su cui articolare una campagna è fondamentale e richiede un’analisi approfondita. È fin troppo facile tracciare una linea netta fra vecchi” e nuovi media e stabilire che i primi (che comprendono la radio, la tv e i giornali) sono ormai obsoleti e rappresentano un costo inutile, mentre i secondi (tutto ciò che esiste online) sono il solo e unico futuro del marketing. A volte, quando si sceglie il posizionamento media della propria campagna, un approccio di marketing ibrido, che comprenda vecchi e nuovi media, può essere l’idea migliore. Un esempio perfetto ce lo fornisce il confronto fra due campagne di brand legati al cibo, che hanno sperimentato con due approcci diversi sul mercato australiano. McDonald’s ha tentato di “svecchiare” il proprio marketing affidandosi esclusivamente ai canali online, mentre Delivery Hero ha scelto un approccio combinato, nel quale vecchi e nuovi media si rafforzano a vicenda. Vediamo insieme gli effetti di entrambe le campagne.

“Guerrilla marketing” è un termine un po’ abusato al giorno d’oggi, come tutte le “buzzword” che prendono piede in un certo settore e vengono associate a successi commerciali. Il motivo per cui tutti si appropriano di questo termine, oggi, è che lo si associa a un aumento delle vendite, ma spesso ci si dimentica completamente che, per poter arrivare a questo risultato, una buona campagna di guerrilla marketing deve prima concentrarsi sull’aumentare l’interesse, la risposta emotiva del cliente verso il prodotto. Il secondo elemento di grande fascinazione, ovviamente, sono i costi bassissimi. Questi sono particolarmente apprezzati da chi si occupa di retail, settore nel quale l’ottimizzazione della spesa è particolarmente importante – visto che le spese vive non possono mai scendere sotto una certe cifra. Naturalmente ogni settore specifico si presta a tecniche di guerrilla marketing diverse. In questo post ci occuperemo di esaminare le campagne di guerrilla marketing più efficaci per i retailer del settore dell’abbigliamento.