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CONSUMISMO CONSAPEVOLE

Il consumismo consapevole è una tendenza in continua crescita, che si è affermata nell’ultimo decennio, con l’acuirsi della coscienza ambientale e sociale del grande pubblico. C’è chi sostiene che, all’interno del nostro sistema di produzione, non sia comunque possibile esercitare una reale consapevolezza nel consumo e chi invece loda gli effetti positivi di questo tipo di pressione sui grandi brand.

Imporre restrizioni sulle pratiche poco sostenibili può risultare difficile e comunque deve essere lasciato alle scelte delle singole nazioni e dei singoli governi.

Premiare quelle virtuose è più semplice, perché ha a che fare esclusivamente con il rapporto fra clientela e brand.

 

Sebbene non sia la panacea, quindi, il consumismo consapevole funziona.

 

Come e perché funzioni, tuttavia, è una faccenda più complicata, che cercherò di analizzare in questo post.

 

La preoccupazione legata alla crisi ambientale e al cambiamento climatico ci riguarda tutti e c’è una semplice verità che non possiamo più ignorare: consumiamo troppo e troppo in fretta e il pianeta non ha abbastanza risorse per sostenere la nostra presenza.

(ndr. per chi non la conoscesse qui una fiera virtuale a emissioni zero sul turismo e la mobiiltà sostenibile).

Questo vuol dire che alla base del consumo consapevole c’è la decisione di consumare meno, in generale – cosa che ovviamente va contro gli interessi dei brand il cui scopo è vendere prodotti. Si acquistano meno vestiti, si consuma meno carne, si sceglie di non avere l’auto: il ritratto del consumatore occidentale medio cambia rapidamente in questa direzione e la recente crisi economica post-Covid non ha fatto che accelerare questa tendenza.

 

Eppure viviamo in una società che favorisce il consumismo.

 

Siamo abituati ad acquistare, usare e buttare via. La disponibilità di mezzi di comunicazione alla portata di tutti, però, amplifica le voci non legate ai marchi e ai prodotti e favorisce la diffusione di nuovi stili di vita ai quali i brand devono ora trovare il modo di adattarsi.

 

Come funziona il consumismo consapevole? Le linee guida sono semplici.

 

Il consumatore responsabile considera l’impatto ambientale dei prodotti che acquista, tiene da conto i processi di produzione, il modo in cui il prodotto è stato trasportato e distribuito, i rifiuti che sono inevitabili come conseguenza del suo consumo, la sua durata (nel caso di un bene materiale) e la possibilità di riciclarlo.

Chi sceglie il consumo consapevole come stile di vita, quindi, valuta l’impatto ambientale di ogni acquisto e cerca di adottare uno stile di vita “sostenibile”, prediligendo prodotti e brand con il minor impatto sull’ambiente, a tutti i livelli della filiera produttiva.

 

Nell’agenda del consumatore consapevole, anche i diritti umani occupano un posto di primo piano: si privilegiano infatti quelle aziende e quei brand che non adottano processi produttivi dannosi per le comunità e le culture dei paesi produttori di materie prime, che rispettano i diritti dei lavoratori e che si espongono per cause socialmente importanti.

 

La vera sfida per i brand è fare tutto questo senza compromettere la qualità e senza collocarsi fuori mercato.

 

 

Quello che ogni brand dovrebbe tenere in considerazione, a fronte dei costi più elevati di una produzione responsabile e sostenibile, è il guadagno in termini di fidelizzazione dei consumatori.

Il consumatore consapevole, infatti, è molto meno incline a passare da un brand all’altro, in primo luogo perché dietro ogni scelta di acquisto c’è una ricerca spesso lunga e anche complessa per acquisire informazioni imparziali, e in secondo luogo perché la sua intenzione è proprio quella di premiare la pratica virtuosa con l’acquisto.

Questo margine, che ovviamente varia a seconda del settore e del prodotto, può sembrare a volte troppo modesto per giustificare da solo un cambiamento nel processo produttivo, si rivela prezioso durante una crisi.

Quando i consumi si contraggono a livello globale, infatti, la presenza di una clientela fortemente fidelizzata, specialmente per i brand di medie e piccole dimensioni, può fare la differenza fra la resilienza e il tracollo.