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Reputazione Online. B2B e Personal Branding.

Sembra incredibile che, pur con la consapevolezza dell’importanza che la reputazione online ha assunto nelle nostre vite, ci sia ancora chi la tratta con leggerezza, eppure è così.

Un esempio?

Quello di una giovane ricercatrice che si era rallegrata per aver appena ottenuto uno stage alla NASA e aveva espresso la sua gioia su Twitter con un linguaggio molto colorito. Ripresa da un altro utente, la giovane gli aveva risposto in modo ancora più volgare, riaffermando “io lavoro per la NASA!”.

Si dava però il caso che l’utente in questione fosse un membro del consiglio di supervisione dell’agenzia spaziale americana. Le cose, prevedibilmente, non si sono messe bene per la candidata.

 

Non abbiamo neppure bisogno dei numerosi studi statistici che ci rivelano le altissime percentuali di responsabili delle risorse umane che googolano i nomi dei candidati prima di assumere qualcuno in azienda. E non ne abbiamo bisogno perché quasi tutti facciamo esattamente lo stesso: ricerchiamo informazioni sul venditore di eBay dal quale vogliamo fare un acquisto, sulla persona con cui abbiamo scambiato un biglietto da visita all’ultima fiera di settore, sulle aziende con le quali vogliamo intraprendere una relazione commerciale, su professionisti con i quali pensiamo di lavorare, ma anche nella vita privata, prima di rivolgerci a un medico, un commercialista, perfino un idraulico o prima di un appuntamento romantico.

L’illusione della privacy

Questa pervasività dei social, che molti biasimano ma tutti assecondano, è un dato di fatto con il quale dobbiamo convivere e ci sono cose che non possono più essere trascurate, quando si condivide, in tutto o in parte, la propria vita online. Chi, per esempio, ambisce ad avere una carriera in un certo settore e si affaccia per la prima volta su un certo mercato, magari in cerca di impiego, deve essere consapevole che ci sono aspetti della sua vita privata che, se condivisi pubblicamente, possono pregiudicare le nostre possibilità professionali.

In questo caso, si apre tutta una riflessione sul concetto di privacy che non è possibile fare in questa sede, però vale la pena considerare quali comportamenti normalmente mettono a rischio le opportunità di carriera.

Perché Google può impedirti di trovare lavoro

Uno studio americano effettuato fra i responsabili delle risorse umane ha evidenziato che per il 90% delle aziende è prassi effettuare ricerche su Google prima di assumere un candidato e che il 70%, almeno una volta, ha rifiutato un candidato a causa di informazioni reperite durante una ricerca online. Il 46%, per esempio, ha scartato i candidati a causa di foto o video dal contenuto inappropriato o troppo esplicito, il 43% perché ha scoperto che il candidato faceva uso di droghe o abusava di alcol, il 31% ha rifiutato candidati che parlavano pubblicamente male di precedenti lavori di lavoro e il 29% non ha assunto persone la cui attività online denotava capacità comunicative carenti.

Reputazione online e personal branding

Come gestire la propria reputazione online? In questo momento, specialmente in ambito B2B, si moltiplicano le offerte di servizi che promettono di curare la presenza sulle piattaforme in modo coerente, per creare un’immagine positiva. Per i singoli professionisti, però, tutto parte da un assunto fondamentale: la coerenza. Occorre accettare che nulla di ciò che avviene online è da ascrivere alla sfera del privato e quindi ricordarsi di non tenere sui social comportamenti che non si terrebbero in ufficio. Una buona idea per iniziare è ricercare il proprio nome e vedere che tipo di informazioni emergono.

 

 

Nel caso di manager o dirigenti d’azienda, sarebbe importante riuscire a gestire la propria presenza, assicurandosi i primi risultati di ricerca corrispondenti al proprio nome, ma questo non è sempre possibile. Specialmente nel caso dei nomi di persona, infatti, le combinazioni infinite fanno sì che ci sia sempre almeno un personaggio di fama già consolidata che condivide lo stesso nome di battesimo e magari perfino il cognome e che, quindi, resterà saldamente in cima ai risultati di Google, a meno che la ricerca non venga fatta in associazione al nome dell’azienda o ad altri dettegli relativi alla carriera. In questi casi, comunque, vale la pena investire sul personal branding, creando un’identità forte per sé stessi proprio come si farebbe con un prodotto da commercializzare.